HO FATTO IL LICEO NEGLI ANNI DI PIOMBO - PARTE PRIMA (CAP. 1-4)
|
A
|
CAPITOLO 1
ntonio parcheggiò la propria auto a soli dieci metri da casa. Nello stesso istante in cui chiudeva la vettura con il telecomando sentì la risata felice di sua figlia che usciva allegra dalla porta di casa, insieme con una sua amica.
“Ciao papà ! Ci vediamo più tardi, come d’accordo!”
Portò lontano il suo sorriso felice, mentre con ampi gesti della mano riempiva la sera svogliata con la sua gioia di adolescente.
“E’ cresciuta...” pensava Antonio mentre aspettava l’ascensore “esce con le amiche... va a mangiare una pizza...”
Entrò in casa mentre il profumo accogliente di familiarità gli accarezzava i pensieri distratti.
“Ciao, amore!”
Eccola : il suo sorriso, la sua allegria, la sua gioia di vivere, di essere.
“Ho incontrato tua figlia, giù in strada : era raggiante.”
“Certo che lo è : esce per la prima volta da sola, senza i rompiballe dei genitori... ma perché dici : tua, figlia ? ! Hai dubbi ?”
“No... ! Che dici ! Ho detto tua perché ti rassomiglia...”
“Ma se è identica a te !”
“Voglio dire come carattere, come spirito: allegro, sicuro, indipendente.”
“Come se anche tu non lo fossi.”
“Può darsi. Ma io trovo che rassomigli di più a te... e la cosa non mi dispiace, anzi.”
“Va be’, ma ora cambiati svelto che è pronto in tavola...”
Mangiavano e si osservavano divertiti, un po’ sorpresi dal ritrovarsi soli a tavola, in una sera di ottobre, mentre fuori, nell’ancor tiepida serata di primo autunno la loro bambina - anche se quattordicenne e liceale pur sempre bambina - stava in una pizzeria con gli amici.
“Ma ci sono anche i maschi ?”
Simona scoppiò in una mezza risata, soffocata dall’acqua che stava sorseggiando. Si pulì dai piccoli sbruffi che aveva causato.
“Ma non sarai geloso !”
“No certo... che c’entra... chiedevo così, per curiosità...”
“No, no... tu sei geloso. Comunque non lo so, non gliel’ho chiesto. Potrà fare come vuole, no? Tanto la vai a prendere alle undici, quindi...”
“Quindi... ? “
“Controllerai di persona, no ?”
Antonio prese un pezzo di pane riempiendo di pensieri nervosi i giochini delle dita con la mollica.
“Secondo te faccio bene o no ?”
“ A proposito...?”
“Se... insomma : trovi giusto che vada a prenderla ?”
“Sì.”
“Ne sei sicura ?”
“Certo ! Perché me lo chiedi ?”
“Perché ... forse sarebbe meglio responsabilizzarla fino in fondo e ...”
“NO, no !” lo interruppe “guarda che ti sbagli. Tu non limiti affatto la responsabilità di Eleonora, ma semplicemente le fai un santo piacere ad andarla a prendere. I tempi sono cambiati, credimi, non è più come una volta, quando ci saremmo fatti scannare piuttosto che subire l’onta di venire prelevati dai genitori !”
“Forse hai ragione tu. Però non credo che le dispiacerebbe.”
“Che c’è in TV ?”
“Oh! Niente di bello. Tu hai da lavorare ?”
“No. Ed anche se lo avessi non ne avrei voglia. Sai, c’è un’aria così irreale in questa casa, stasera...”
“Antonio...”
“Sì... ?”
Scoppiarono a ridere, ammiccando come due adolescenti.
“Ti ricordi la prima volta che hai baciato una ragazza ?”
“Come mai mi fai una simile domanda? E poi dopo quindici anni che siamo sposati?”
“ Perché ... così, mi è venuto in mente che per me è stato al cinema... al mare... il film era Giù la testa, o Trinità... boh! non ricordo proprio, però ricordo bene i baci e...”
“Lasciamo stare i particolari!” esclamò fintamente irritato Antonio.
“E tu?”
“Io cosa?”
“Il primo bacio.”
“A scuola.”
“A scuola?”
“Sì. Che c’è di strano?”
“Niente. Alle elementari?”
“No. Al liceo. Il primo bacio serio, intendo...”
“Oh ! Serio...?”
“Che fai, mi prendi in giro? Guarda che ti torturo...”
Cominciarono a lottare a colpi di solletico e morsini, sorrisi e baci.
“Armistizio!” implorò Simona.
“Ti arrendi?”
“No. Ma chiedo, in rispetto della convenzione di Ginevra, un caffè.”
Si fermò, pensieroso e serio.
“Concesso.”
“Allora?”
“Allora cosa?”
“Il tuo primo bacio serio...”
“Te l’ho detto: a scuola, con una compagna di classe.”
“Ho capito ! Ma come è stato, cosa hai provato...?”
Antonio si grattò la testa, lasciando scorrere la mente a riassaporare sensazioni che credeva perdute nel tempo.
“Be’, se lo vuoi sapere, non mi piacque affatto” ridacchiò, sempre seguendo l’onda scomposta dei ricordi.
“E se devo dirla tutta credo non piacque tanto neanche a lei, visto che le feci un labbro gonfio così...!”
“E come hai fatto? !”
“Probabilmente la mia scarsa, o nulla, pratica mi portò ad una irruenza... come dire... esagerata. E poi, lo sai, ho dei bei denti, no?”
Simona scoppiò a ridere, divertita e sorpresa al tempo stesso.
“Non lo avrei mai detto, davvero ! Quando ti ho conosciuto non avrei pensato che eri stato un mangiatore di labbra!”
Si buttò a sedere sulle sue ginocchia e lo osservò, accarezzandogli i capelli.
“Però è vero... anche tu devi essere stato un ragazzino timido ed imbranato. Anche se non mi hai mai raccontato nulla...”
“Di cosa?”
“Di quello che eri prima.”
“Prima di che ?”
Simona spinse il polpastrello dell’indice contro la punta del naso del marito.
“Prima di folgorarti nell’incontro con la donna della tua vita !”
“A parte il fatto che va dimostrata la folgorazione, ti faccio presente che quella donna era una ragazzina di diciotto anni...”
“Oh... è vero. Scusi signor uomo che ne aveva ben ventidue, di anni !”
“Quattro anni di differenza, a quell’età, non sono poca cosa” protestò, risentito.
“Te la passo, va bene. Ma raccontami un po’ di te, di come eri...”
“Parli come se fossi l’uomo del mistero. Sai tutto di me. Hai visto le foto, i filmini di mio padre, sentito i racconti di mia madre...”
“Ma non ho mai sentito, da te, chi eri, cosa eri, cosa pensavi e, soprattutto, cosa sognavi, da ragazzino.”
“Da ragazzino ?”
“Sì. Quando avevi l’età di Eleonora, per esempio.”
Si passò la mano sul mento, pensieroso.
“Ma quando io avevo l’età di Eleonora... era tutto diverso.”
“Certo. Ma in che modo, diverso ?”
“Prima di tutto ero a Milano. E poi il liceo era diverso da oggi. Erano altri tempi...”
“Che tempi ?”
“Simona, io ho venticinque anni più di nostra figlia, un quarto di secolo in cui tutto è cambiato, in modo radicale. Tu stessa, prima, notavi che per lei può essere una comodità che la vada a prendere, mentre per me o per te sarebbe significato, agli occhi degli amici, un segno di colpevole dipendenza dai genitori, un essere inferiori agli altri... E poi io sono nato e cresciuto a Milano, ho respirato un’altra aria, e che aria !”
“Continua... il discorso comincia a farsi interessante.”
“In che senso?” domandò, insospettito dalla luce accesasi negli occhi della moglie.
“Interessante... mi piace perché stai ricordando. E come rivivere, non trovi ? Cancellare il tempo e ritornare là, in quegli anni. Anni che ci sono ancora, nei tuoi ricordi, in te stesso. Anni che voglio far miei, con il tuo permesso, s’intende.”
La osservò attentamente. L’amava.
“Va bene, ma bada: stai per entrare in anni terribili.”
“Esagerato !”
“Esagerato? Non lo scordare: io ho fatto il liceo negli anni di piombo!”
CAPITOLO 2
B |
isogna avere coraggio per accompagnare un figlio al primo giorno di Liceo! Nonostante le pressioni, le preghiere, le suppliche, non ci fu niente da fare: mia madre mi portò fino al cancello. Bene, ciao, le dissi. Niente. Entrò nel cortile, attese la chiamata. Mi guardavo in giro, vidi uno spilungone di più di un metro e ottanta. Che ci fa quello, poi... sarà un ripetente.
Era Silvio, in classe con me, mio coetaneo. Quattordici anni e briciole di mesi. Io un metro e mezzo, poco più, lui...
Paolo, in banco con me, per caso, non per scelta, mi rivolse la parola dopo quasi mezz’ora in cui aspettavamo l’arrivo di qualcuno in aula. Mi chiese che ora fosse. Non era un grande inizio di conversazione, ma sempre più del nulla che era uscito dalla mia bocca. Rosanna, seduta dietro di me, continuava a parlarmi, invece. Mi turbava, aveva un bel sorriso, due occhi verdi...
Finita la prima giornata, scendendo le scale ci trovammo intasati (le scale erano piccole, la scuola era stata progettata per essere una elementare). Lì, fermi ad aspettare il defluire della folla di studenti piccoli e grandi da un minuscolo portoncino (l’entrata grande era dall’altro lato, ma non veniva usata mai...) sentii una mano sfiorare il mio collo, fresco di taglio, accompagnato da frasi di scherno come: che bel primino! Cinque anni qui dentro! Non ti invidio c’è da diventare scemi. Infatti tu sei la prova, fu il mio pensiero, rigorosamente pensiero visto che ero terrorizzato da uno di quattro anni più grande di me.
Ero un ragazzino timido, o meglio, timoroso. Infatti bastarono pochi giorni perché trovassi il modo di incominciare a parlare e non smettere più. Paolo rimase il mio compagno di banco ed insieme a Raul e Silvio (quello di quasi uno e novanta di altezza), in banco dietro a noi, formammo una quartetto di ferro.
I giorni scorrevano rapidi, tra decine di teoremi di geometria e grammatica latina, e attraverso un carnevale vissuto con l’incubo di essere imbiancato (incredibilmente ne uscii indenne!) arrivammo alla primavera.
Una mattina mi svegliai più assonnato del solito. Mi guardai allo specchio ed espressi il grande desiderio che uno sciopero (uno qualsiasi, di quelli improvvisi, dei quali conosci il motivo e la ragione solo dopo essere tornato a casa) mi evitasse il compito in classe di matematica.
L’assembramento davanti al cancello mi fece coraggio: forse il mio desiderio veniva esaudito. Arrivammo davanti all’entrata e scoprimmo la presenza di ospiti non proprio invitati che stavano intrattenendo alcuni studenti del Liceo. Il preside stava alla finestra, letteralmente e figurativamente, mentre i più attivi fra i rossi picchettavano l’ingresso. Uno di loro, ad un tratto, fece un rapido cenno con una mano e cinque statalini (così erano chiamati gli studenti, ovviamente di ultra sinistra, dell’Università Statale) rincorsero, aggredirono e picchiarono selvaggiamente un fascista della quarta E.
Il Liceo era conosciuto e bollato come fascista, ma mai, fino a quel giorno, gli statalini si erano interessati a noi, quindi era evidente che se era stata organizzata una simile spedizione punitiva ci doveva essere una ragione specifica. Almeno così pensai. E mentre pensavo il fascistello riuscì a divincolarsi e a scappare con una mano sulla testa grondante di sangue. Tra pensieri e terrorizzata osservazione mi trovai appoggiato al muro di cinta del cortile della scuola, a non più di due metri dall’entrata. Una ragazza, una primina molto carina, protestò vivacemente il suo diritto ad entrare a seguire le lezioni. Non so se sia stata la sua avvenenza, o il fatto di essere solo una quindicenne, o che il suo essere “inequivocabilmente” fascista (voleva andare a scuola e, soprattutto, indossava un paio di ultra reazionari occhiali Ray-Ban) era minimale, fatto sta che se la cavò con un paio di schiaffi ed una pedata nel posteriore (ben fatto).
Sempre più allibito, voltai lo sguardo di fronte a me ed ebbi la sgradevole sorpresa di trovarmi circondato da tre statalini con la bava alla bocca, il pugno di ferro infilato, i denti digrignanti violenza.
Cercai di star calmo, ma la paura mi paralizzava. Feci tempo a pensare che no, non vestivo nulla di fascista, ma neanche qualcosa di chiaramente antifascista, ero in una imbarazzante situazione di ambiguità politica. Inoltre avevo i capelli corti, di un corto quasi sospetto. Riuscii a balbettare qualche parola come cosa... è... successo? Cosa è successo? ringhiò uno di loro, succede che questi bastardi si permettono di uccidere ragazzi di diciassette anni ecco cosa è successo! Mi salvò un altro cenno, un altro assalto. Svicolai più lieve di un filo d’erba, raggiunsi Paolo e Raul, ci incamminammo lentamente, molto lentamente verso l’angolo della strada, lo svoltammo e poi scaricammo tutta la tensione con una corsa sfrenata, ridendo a crepapelle.
Erano cominciati gli anni di piombo e non lo sapevo. Finiva la mia fanciullezza, il mondo mi aveva scoperto.
CAPITOLO 3
C |
os’era successo, poi?”
“Avevano ucciso, la sera prima, Claudio Varalli, un militante dell’extrasinistra. Un giovane, tale Braggion, di ventuno anni gli aveva sparato dalla propria auto, vicino a piazza San Babila, la piazza dei fascisti.”
“E allora? Dovevano venire proprio da voi?”
“Sì, perché al mio Liceo, benché statale, c’era una forte componente di anticomunisti, anche di iscritti al Fronte della Gioventù, la formazione giovanile del MSI. Così vennero a dare una lezione, democratica e antifascista, ai reazionari antilibertari eccetera eccetera.”
“Bella democrazia.”
“Già. E pensare che...”
“L’hanno preso?”
“Chi?”
“L’assassino della sera precedente.”
“No. Pare sia fuggito in Svizzera. Era ben coperto, un rampollo di una famiglia bene.”
“E tu, cosa pensavi, come ti schieravi?”
“Ma io non pensavo. Cominciai allora, da quel giorno. Iniziai a chiedermi cosa fosse la democrazia, la libertà. Ma non in modo organico, per carità! Solo così, in modo casuale. Percezioni, più che convinzioni. Sensazioni più che ragionamenti.”
“Fu un aprile pesante. Il giorno stesso del pestaggio al nostro liceo – durante scontri fra polizia, missini e militanti di sinistra – la polizia caricò i manifestanti e rimase sull’asfalto Giannino Zibecchi, travolto da una camionetta. Noi facevamo più scioperi e assemblee che lezioni. Poi con l’avvicinarsi degli scrutini si passò più tempo sui banchi di scuola.”
“E quindi?”
“Arrivò giugno e la tanto sospirata promozione. Passammo in 13 su 28, gli altri bocciati o rimandati a settembre.”
“Cominciavi a pensare?”
“Poco, e confusamente. Ricordo che passai un mese di giugno molto annoiato, cercando ogni giorno con Paolo – il mio compagno di banco per caso – qualcosa da fare per trascorrere il tempo, così che arrivassero i giorni, i lunghi giorni delle vacanze al mare.”
“Avevi tempo per pensare alla democrazia, allora, e alla libertà.”
“Peccato che invece passavamo da un meeting di atletica all’Arena a uno spareggio per non retrocedere in serie C tra Reggiana ed Alessandria a San Siro!
Ricordo però un altro episodio, a proposito di democrazia. Un giorno, uscendo da scuola mi fermai con qualche compagno a guardare un esponente delcollettivo del Nono, sai quello che indicava agli statalini i fascisti da picchiare; bene costui stava coprendo con una vernice grigio scuro una scritta inneggiante al fascismo. Ci guardò male e ci chiese a bruciapelo: “Be’ cosa c’è? Siete antifascisti? Allora venite ad aiutarmi a cancellare.”
“E tu?”
“Non ricordo bene, bofonchiai qualcosa e mi allontanai senza problemi. Non successe nulla, anche perché alla fine quelli che stavano tranquilli li lasciavano tranquilli.”
“E tu eri tranquillo.”
“Politicamente sì. Non ero schierato, se non culturalmente, nel senso che leggevo Indro Montanelli, e talvolta avevo il dubbio di essere fascista. Però poi pensavo che io non andavo in giro con la chiave inglese o il pugno di ferro, al limite discutevo di ciò che succedeva, perlopiù studiavo. Ma la mia preoccupazione era un’altra”
Simona lo guardò incuriosita.
“Le ragazze! Non riuscivo a combinare nulla ed avevo quindici anni e mezzo! Non mi aiutavano nemmeno l’estate ed i mesi al mare, dove ero sì un grande protagonista, ma solo perché suonavo la chitarra: mi usavano a mo’ di juke boxvivente e mentre io suonavo loro pomiciavano teneramente!”
Simona scoppiò a ridere.
“Tu ridi, ma per me era un piccolo dramma, mi sentivo inferiore, un po’ inadeguato. Era dalle medie che ricevevo sempre dei due di picche”.
“E poi?”
“Poi per fortuna arrivò il 1976.”
CAPITOLO 4
l 1976 fu un anno lungo, così lungo che incominciò con una decina di giorni d’anticipo”
Simona guardò, curiosa e divertita, il marito, e gli rivolse un sorriso interrogativo.
“Sì perché dieci giorni prima, attorno al 20 dicembre, ricevetti una telefonata da Francesco, un mio vecchio – si fa per dire – compagno di scuola, delle elementari addirittura. Ciao, come va, eccetera. Senti, mi dice, io organizzo una festa a casa mia per capodanno, ci vieni? Verranno dei miei compagni di classe e qualche altro amico che conosci. Ma, risposi io – titubante, ma in realtà terrorizzato dall’idea di dover, almeno provare, a ballare – è una festa danzante?”
“E ti credo che eri terrorizzato all’idea! Lo sei ancora!”
Antonio proseguì, quasi non l’avesse nemmeno sentita, ormai preso dal proprio racconto, che lo stava portando a rivivere sensazioni ed emozioni uniche, quelle dell’adolescenza, quando prorompono devastanti come una valanga in un caldo sereno giorno di marzo.
“Tranquillo, mi rispose, nemmeno io so ballare! Non che l’imbranataggine comune mi rincuorasse più di tanto, ma tant’è: accettai.”
“In quei giorni avevano iniziato a circolari i miniassegni, invenzione bancaria per far fronte alla penuria di monete metalliche da 100 lire, destinati a far esplodere i portafogli di nulla e arricchire le casse delle banche e aumentare l’inflazione già galoppante.”
“E chi se ne importa… La festa, parlami della festa…”
“Ah già, la festa. Il 30 dicembre entrava in vigore la legge che distingue spacciatore da consumatore di droga ed ammette l’uso personale di modica quantità.”
“Ma fai apposta?”
“Il 31 dicembre 1975, ultimo dell’anno. Ore 19.30, ritrovo a casa di Francesco. Ci sono sette ragazzi.”
“Tutti maschi?”
”No, c’è Francesco, Luigi, poi Monica, Federica, Maria, e basta. Sette con me. Forse c’era qualcun altro, ora non ricordo. Ricordo che però Francesco disse che Giulia sarebbe arrivata dopo.”
“Dopo?”
“Sì, dopo il cinema. Infatti prendemmo il tram ed andammo al Cinema Ariosto, seconda visione di allora, a vedere un film che è un cult e per me dal titolo in qualche modo profetico.”
“Quale?”
“Travolti da un insolito destino in un azzurro mare d’agosto”
“Con Giannini e la Melato?”
“Sì di Lina Weirtmuller”
“Profetico?”
“Per me, intendo: anch’io stavo per essere travolto dal turbinio dell’adolescenza e dei turbamenti che si porta appresso.”
“Filosofo!”
Antonio sorseggiò un brandy che si era versato. Proseguì nel ricordo.
“Prendemmo il tram e io buttai fuori tutta la mia timidezza facendo…”
“La tua cosa?!” Lo interruppe.
“Timidezza, sì…sembrerà strano, ma ero timido.”
“Tu? Ma non farmi ridere…”
“Era così, lo sapevo e allora cercavo di stare al centro dell’attenzione, il più possibile. In questo fui aiutato da Luigi con il quale si stabilì subito un doppio filo invisibile di complicità e simpatia.”
“Al cinema eravamo ai due lati della fila, ma continuavamo a fare battute incrociate: c’era sintonia fra noi, e ci sarebbe sempre stata.”
“Va bene, il tram, Luigi, il cinema…ho capito! Ma…le ragazze?”
“La” ragazza, vorrai dire… Giulia! “
A Simona non sfuggì come gli brillarono gli occhi.
“Giulia…?”
“Sì, andò Francesco a prenderla, sembrava, da come ne parlava che fosse di sua proprietà…”
“E invece?”
“E invece da quando arrivò non fece altro che stare attaccata a me, ballando tutta la sera guancia a guancia, ma…”
“Niente baci, giusto?”
“E come fai a saperlo?”
“Be’ mi hai detto che il primo è stato a scuola…con una compagna di classe…”
“Sei attenta, brava…!” Antonio le sorrise.
“Infatti…una serata incredibile… noi in camera, di là i genitori, compresi i miei…
Alle due di notte avevo la guancia destra completamente bollente…!!!”
“Ma che matto!!! Ma scusa, l’avrai rivista, no?”
“Sì, a parte gli sguardi d’odio di Francesco… riuscii a sapere numero di telefono e indirizzo, ma…”
“Ehi!!! C’è sempre un ma con te!!!”
“Sempre…mi conosci, no?”
“Qual era questo “ma”?”
“Che l’indomani sarei partito per 5 giorni al mare a ridipingere la nuova casa che mio papà aveva preso…”
“Che fortuna!!!” Simona rise.
“Già, proprio fortuna… che è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo! Infatti il 6 gennaio era in programma un’altra festa a casa di un altro amico, forse Luigi, non ricordo; e a questa festa sarebbe ovviamente stata presente anche Giulia…!”
“E cosa successe?”
“Che io salutai, me ne andai a casa con i miei genitori e l’indomani partii per LA Liguria, imbiancai l’appartamento con mio padre e mio fratello e tornai il 6 sera, perché il 7 si tornava a scuola.”
“Immagino che appena tornato a casa l’hai chiamata subito…”
“Chi? IO??? Aspettai un giorno, in cui pensai come e cosa dovessi dirle…ero timidissimo te l’ho detto…”
“Non riesco proprio a immaginarti timido… comunque dai… raccontami…”
“Non so come riuscii a trovare il coraggio e le telefonai, invitandola ad uscire. Ci accordammo per il sabato, 10 gennaio. Ore 15 dovevo passare a prenderla io.”
“…ma…”
“No, no… nessun ma questa volta. Arrivai in anticipo, come sempre, suonai il citofono alle 3 in punto, lei scese, mi sorrise ed iniziammo una lunga passeggiata intorno agli isolati…”
“Romantico…”
“Sì, soprattutto con questa che ogni parola dicessi mi parlava di Francesco!”
“Il tuo amico? Ma scusa, non era quello che lei non aveva mai guardato alla festa?”
“Già, ma che ne sapevo io di cosa fosse successo alla festa della Befana?”
“E allora?”
“E allora niente… Siamo stati insieme due orette e poi l’ho riaccompagnata a casa e io sono tornato con le pive nel sacco, convinto che lei volesse mettersi con Francesco.”
“Ma scusa…” Simona non terminò la frase, interrotta dallo squillo del telefono.”Uff sarà Eleonora… Pronto? Pronto?! Chi parla?!”
“Chi è?” “C’era qualcuno, ne sono sicuro, ma ha riattaccato” chiosò Simona.
“Avranno sbagliato numero. Caspita!, ma sono le undici meno un quarto! Devo andare a prendere la piccola!” esclamò Antonio, prendendo la giacca.
“Sì, ma il resto del racconto? Voglio sapere come è andata poi con Giulia e chi hai baciato e…”
Ma Antonio era già scivolato via, oltre la porta, seguito dal suo sorriso aperto e furbo.
Simona si lasciò cadere sul divano e l’occhio le cadde nuovamente sul telefono, e ripensò alla strana chiamata di poco prima. E mentre si ripeteva mentalmente che aveva percepito una presenza al di là della cornetta…
Il telefonò squillò nuovamente.
“Pron…”
“Cerco Antonio”. Una voce brusca e femminile le troncò la parola.
“Chi parla?”
“Me lo passi, è importante e urgente.”
“Ma chi è lei, scusi? E perché chiama a quest’ora? E poi mio marito non c’è.”
“Marito…” voce sorrise amaramente.
“Pronto, pronto!!! Chi è lei?”
Ma avevano già riagganciato. Simona provò un brivido, di insicurezza e timore.