PICCOLO DIFETTO

 

Non era ancora mezzanotte, ma Marco, salutati gli amici, tornò verso casa. Era insolito, per uno come lui, abituato a far tardi tutte le sere, rincasare così presto. Non sapeva spiegarsi nemmeno egli stesso il motivo di una tal scelta.

L’aria pulita e fresca della sera lo accompagnò nel breve tragitto. Svoltò l’angolo del suo vicolo e meccanicamente affondò la mano nella tasca, per prendere le chiavi. Seguì il gesto con lo sguardo e, rialzatolo di fronte a sé, la notò.

Bionda, con capelli lisci e lucidi a coprirle parzialmente le spalle, era seduta sullo scalino dell’entrata; la testa reclinata lievemente le impediva di scorgere l’arrivo di Marco. E di coprire, almeno un poco, le dorate e lunghe gambe che uscivano piegate ad angolo retto da una corta gonna nera.

Si voltò nell’udire i secchi suoni dei passi sull’asfalto.

“Scusa, abiti qui?” gli chiese dolcemente, dopo aver ricambiato il sorriso rivoltole da Marco.

“Sì, posso esserti d’aiuto?” rispose gentilmente, mentre una ridda di pensieri annebbiati dall’immaginazione si perdeva nella scollatura della camicetta di seta.

Si alzò in piedi e Marco notò che era molto alta e slanciata. “Magari! Cerco un certo Giorgio. Mi hanno detto che abita qui. Lo conosci?”

“Dio mio, che bella!” pensò “Ma chi è questa, Venere?”

“Giorgio... qui? Ti dirò, non conosco bene tutti, in questa casa... però ci sono solo sei appartamenti e, vediamo, al mio piano no, sono sicuro; sopra ci sono i due anziani, l’altro è vuoto e di là... c’è una famiglia di giovani appena arrivati... no, non credo proprio; penso ti sia sbagliata.”

“Eh sì, è proprio una Venere... è anche un po’ strabica...”

Smorzò il sorriso e si rimise a sedere, sconsolata. “E io come faccio, adesso... devo andare da Giorgio, questa sera... non conosco nessuno, ed è tardi...”

Ora i pensieri cominciavano ad ordinarsi razionalmente nella mente di Marco. Pazienza. Peggio per questo Giorgio che non era nemmeno in grado di indicare con precisione il proprio indirizzo ad una ragazza così! Sì, è strabica, d’accordo, ma è...

“Sei straniera?” le domandò, avendo notato un accento esotico.

“Vengo da lontano, sì.” Rispose, abbassando gli occhi, quasi provando vergogna.

“Ascolta, se proprio non hai dove andare, posso ospitarti io.” Si compiacque con se stesso per come aveva buttato là quella frase: non in modo distaccato, non come una proposta; ma in modo gentile ed accorato, proprio come se cercasse di offrirle un aiuto disinteressato, mosso soltanto dalla compassione per quella situazione di obiettivo disagio.

“Ma io devo andare da Giorgio” protestò, con dolcezza.

“Ascolta... perché non sali su da me, che vediamo di trovare questo Giorgio... Hai il suo numero di telefono, il suo cognome?”

La bionda scosse la testa in senso negativo.

“Dai vieni, non preoccuparti. In qualche modo faremo...”

“Ma io devo andare da Giorgio...”

“Vedi tu. Per me non ci sono problemi.” Marco aprì il portoncino.

“Ok.” Sospirò lei.

Salivano le scale mentre Marco provava una strana sensazione: era contento per la improvvisa ed imprevista situazione, ma c’era qualcosa nella sua mente che lo rodeva come un tarlo, qualcosa che non voleva essere ricordato dalla sua memoria.

Chiuse la porta di casa dietro di sé, mentre la ragazza si toglieva il giubbotto.

“Accomodati, fai come se fossi a casa tua...”

In piena luce Marco poté osservarla bene. Era davvero bella, ed il nero di camicetta e gonna ben faceva risaltare la carnagione dorata ed i biondi capelli. Doveva essere tedesca o olandese, ma Marco non glielo chiese: non aveva importanza.

Servì da bere, mentre la ragazza continuava a ripetere meccanicamente, come una litania “Dov’è Giorgio? Devo andare da Giorgio!”

Ancora quel tarlo. Rode, rode nella mente. Che sia a proposito di Giorgio? Ma chi è Giorgio, poi?

“Ascolta” le disse dolcemente, posandole una mano sulla gamba “adesso bevi qualcosa, poi cerchiamo questo Giorgio, se proprio io ti faccio schifo...”

Lei non rispose, e bevve d’un fiato la bibita.

“Certo che è proprio strabica!”

Marco le cinse le spalle con il braccio, l’attirò a sé e baciò quelle labbra morbide e fredde. La ragazza non fece resistenza. “Giorgio non si trova... per me...”

Il fumo della sigaretta saliva lento e lineare. Marco aspirava con forza nel ricordo, fresco ed intrigante, dell’amplesso appena vissuto.

La ragazza si alzò dal letto, chiedendo dove fosse il bagno. Marco pensò che non ne conosceva neanche il nome, ma rivisse in un istante la sua vellutata e morbida pelle, quel profumo di candore e perversione unito nelle forme precise e sensuali del suo corpo.

Ancora quel tarlo! Ma cosa doveva poi ricordarsi?

Lei ricomparve. La mano appoggiata allo stipite. Nuda, splendida, bianca. Ma d’improvviso la pelle cominciò ad invecchiare, dieci anni al secondo; e quella stupenda ragazza si trasformò in pochi istanti in una vegliarda, sogghignante e strabica.

“Giorgio...” mormorò con voce profonda e roca

Si ricordò: il tarlo era arrivato a scoprire ciò che non gli riusciva di riportare alla memoria: Giorgio! Giorgio Paladini, il vecchio che abitava sopra di lui! Ma cosa ci andava a fare una così splendida fanciulla da quel vecchio? Così malato, con pochi giorni... giorni da... vi...ve...re...

Una fitta, profonda ed acuta, gli spaccò il cuore. Sentì il proprio respiro inciampare nel ritmo scomposto ed arruffato della sua meraviglia; allungò una mano, per invocare aiuto, ma la voce gli si bloccò in un’immagine dei tempi liceali, un ricordo letterario: Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi.

Strabici.

 

Verona, 1993

Torna alla home