REBECCA
REBECCA
Il treno non era molto affollato. Riccardo ne fu felice, perché sentiva il bisogno di fare quel viaggio da solo, senza la scocciatura di qualche compagno che, inevitabilmente, avrebbe finito per coinvolgerlo in qualche conversazione.
In altri momenti, forse, avrebbe cercato compagnia; ma quel giorno proprio no. Era già abbastanza infastidito dall’improvviso guasto della sua inseparabile auto, che, tradendolo inopinatamente, gli aveva reso d’obbligo la ferrovia per raggiungere la destinazione.
La destinazione, già; Riccardo si chiedeva perché la sera precedente avesse deciso, così all’improvviso, che all’indomani sarebbe andato personalmente dall’editore a consegnargli il nuovo romanzo, lui che prima di decidersi, leggeva, correggeva, rileggeva e sistemava cento volte ogni capitolo, ogni singola parola. Aveva provato una sensazione improvvisa: la storia andava bene così.
Il treno partì e Riccardo si mise ad osservare la città che scivolava via al suo fianco, mentre l’aria condizionata faceva dimenticare il gran caldo dell’estate afosa.
Sì, quel romanzo gli era nato bene, e sentiva di averlo scritto meglio: tutto filava alla perfezione, la trama, i personaggi, le atmosfere, il ritmo...
Era così soddisfatto del suo lavoro da non aver avvisato nessuno della sua decisione, nemmeno l’editore stesso. Aveva pensato che sarebbe stata una piacevole sorpresa per lui, visto lo straordinario successo che raccoglieva con tutti i suoi lavori.
Sorrise, socchiuse gli occhi, gustandosi il timido e dolce dondolio del vagone.
Sentì aprirsi la porta scorrevole del suo scompartimento, e pensò che si trattasse del controllore. Invece, aperti gli occhi, notò con dispetto che era un passeggero.
Il fatto che fosse una giovane donna, e molto attraente, non diminuì il suo disappunto: quel viaggio voleva farlo da solo, per poterne assaporare tutta la novità che rappresentava, e anche per poter avere il tempo e il modo di ripensarci e tornare a casa a rivedere il lavoro.
“Ciao, Riccardo.” Lo salutò affettuosamente la ragazza, dopo essersi seduta di fronte a lui. “Sei arrabbiato, che non mi saluti?”
Alzò di nuovo lo sguardo su di lei, come a scrutarne la fisionomia. No, non la conosceva proprio quella donna.
“Ma...veramente...non ho il piacere...”
Si sentiva imbarazzato. Non avrebbe voluto fare una gaffe, non riconoscendo una bella ragazza, ma proprio non si ricordava di quel viso, di quel corpo sensuale.
“Dai, non fare lo sciocco...”
Si infastidì. “Signorina, la prego...se vuole fare conoscenza ci sono molti modi, senza inscenare questa commedia.” Il suo tono era distaccato, e freddo.
“Be’ dopotutto sono un’attrice, no?”
“Guardi, per quel che ne so io...”
“Riccardo, ma lo sai che sei proprio un bel tipo? Ma davvero non mi riconosci?”
“Come potrei, dato che non ho mai avuto il piacere di incontrarla prima d’ora?”
La ragazza si portò un dito sulle labbra, pensierosa.
“Già, dopotutto hai ragione: si può dire che sia la prima volta che mi vedi, però...”
“Però?...”
“Mi hai creata tu!” esclamò, con la voce ripiena di fanciullesca allegria.
Scoppiò a ridere. “Oh già! Adesso salta fuori che ho una figlia segreta? Sia seria, la prego. Non è giornata.”
“Sei nervoso a proposito del libro?” chiese premurosa, ma con un filo di civetteria.
“Che libro?!” ribatté lo scrittore, insospettito e curioso.
“Quello che stai portando al tuo editore, per la pubblicazione.”
“E tu come lo sai?”
“Bene!” gioì con la stessa allegria di prima “vedi che cominci a darmi del tu?”
“Rispondi, bella mia.”
“Grazie. So di essere bella. E so di essere tua. La qual cosa è causa della prima.”
Riccardo rimase di sasso, con una buffa espressione ebete.
“Sono tua perché tu mi hai creata. E sono bella perché tu così mi hai voluta. E’ chiaro, no?”
“No, guardi. Qui di chiaro c’è soltanto che lei, non so per quale motivo e non so se per conto suo o di altri, sta cercando di prendermi in giro e di farmi ammattire.”
“Dai, Riccardo... sono Rebecca!” gli occhi le si riempirono di dolce gratitudine nel pronunciare il proprio nome.
“E allora?!” rispose, secco e scortese.
“Sono Rebecca, la tua Rebecca. Quella Rebecca.” Indicò la borsa dove l’uomo teneva il dattiloscritto.
Riccardo seguì con lo sguardo le lunghe dita della graziosa mano della ragazza, fino a posarlo, idealmente, sul romanzo.
Scoppiò a ridere, dopo un attimo d’incertezza.
“Oh! Tu vorresti... ma questa è bella! Tu vorresti farmi credere di essere una specie di incarnazione della mia fantasia? E’ incredibile!”
Rebecca si rabbuiò, incassando un po’ la testa nel lungo collo, ed imbronciando il candido sorriso.
“Ascolta: se vuoi conoscermi, ci presentiamo; magari facciamo amicizia. Ma non venirmi a raccontare simili fandonie, per piacere!”
Si aprì la porta. “Biglietti non visti, prego...”
Riccardo allungò il proprio al controllore, imitato dalla ragazza. Quando il ferroviere fu uscito, la apostrofò, beffardamente.
“Come mai ti ha vista? Se tu fossi un personaggio di un romanzo potrei vederti solo io, non trovi?”
“No!” sbottò “Non trovo proprio! Visto che tutti mi vedono, dev’essere così. Comunque dimmi ciò che ti pare, ma io sono Rebecca, e sono pronta a dimostrartelo.”
“Sì? E come, di grazia?” Ora cominciava a divertirsi. Era un gioco, uno strano, ma fantasioso gioco. E a Riccardo piaceva giocare.
“Non so...” si fece pensierosa “forse con qualcosa che nessuno sa, al di fuori di me e te...”
“E cosa vuoi sapere, tu?”
“Qualcosa del romanzo, ovviamente.”
“E va bene. Tanto è ovvio che lo avrai studiato a memoria...”
“E come, se non è ancora stato pubblicato?”
E già. Come poteva essere?
“Va be’. Come si chiama il marito di Rebecca?”
“Dai!” rise di gusto “Così facile? Vuoi che non sappia il nome di quello stupido marito che mi hai fatto sposare? Nicola, si chiama. E l’ho piantato nel terzo capitolo, subito dopo il debutto in Otello... ricordi che grande interpretazione di Desdemona? E tutti i fiori nel camerino...”
La voce e lo sguardo della ragazza correvano dietro a dolci ricordi, ma una sottile patina di malinconia ne attutivano il prorompente effetto di bellezza.
“E dopo, chi incontri?” incalzò lo scrittore, per nulla turbato.
“Andrea, il mio folle amore. Attore come me, grande come me. Bastardo come pochi. Mi innamoro, mi seduce, mi sfrutta, mi tradisce, mi abbandona.”
Lo fissò negli occhi. “Ma perché mi fai avere una vita sentimentale così travagliata? Ti sembro una che merita infelicità nell’amore?”
Riccardo non le rispose. La guardava intensamente, cercando di scoprire ciò che voleva fortemente scoprire, per smascherare quell’enorme e incredibile commedia.
“Come sta Rinaldo?” le chiese a bruciapelo, puntando gli occhi sopra i suoi.
“E chi è?” rispose pronta e stupita “Nel romanzo non c’è. Perlomeno io non lo incontro.
“Sei un attrice, vero?”
“Cavoli! Se non lo sai tu!”
“Intendo dire: nella realtà.”
“Certo! Nella realtà: il tuo romanzo.”
“E sei amica di Rinaldo...”
“Ma chi cavolo è?”
“... e quel fottutissimo figlio di buonadonna ha escogitato tutta questa storia per farsi poi quattro risate alle mie spalle! Ok, ora ho capito! Puoi anche smettere di recitare. Però, se ti fa piacere, devo dire che sei brava: per un momento ho pensato di crederci...”
“Io sono Rebecca! Vuoi vedere i miei documenti?”
“No... non dirmi che avete falsificato anche quelli! Grande! E’ davvero grande il mio amico Rinaldo!”
“Ascolta Riccardo. Io devo convincerti che sono io, sono vera e reale. Ma sappi che io esisto fino a che il tuo romanzo rimane con te. Come lo darai alle stampe io dovrò svanire, per assumere il volto ed il carattere che ciascun lettore vorrà interpretare dalle tue parole. Capisci? Tu non devi andarci dall’editore. Ti prego, Riccardo...io...io mi sono innamorata di te...”
Aveva parlato con voce accorata e profonda, accompagnando le calde parole con una affettuosa carezza sul dorso della mano dello scrittore.
Rimase pensieroso, infastidito, lievemente turbato. Con una sensazione, che tutto non fosse poi così chiaro. Meccanicamente prese la morbida e tremante mano della sua compagna di viaggio, e contraccambiò la carezza.
Rebecca si alzò e si gettò fra le sue braccia, baciando le sue labbra con sensuale trasporto.
“Aspetta, piccola, aspetta...”
La staccò da sé. Rimase impressionato da come i suoi occhi, verdi come quelli della protagonista del suo romanzo, riuscissero, velandosi di una leggera patina di lacrime, a manifestare la profondità di ciò che provava; dell’amore, disperato ed intenso... proprio come Rebecca...
“No! Non è possibile!” esclamò, divincolandosi e scattando in piedi.
La ragazza si rannicchiò sul sedile, appoggiando la testa contro il finestrino e portando le ginocchia quasi a sfiorare il mento.
“Come sai... come sai... che sto andando dall’editore?” ora era sconvolto, nello sguardo e nella voce “Io... io l’ho deciso ieri... non lo sa nessuno oltre a me...”
“Io ti amo, Riccardo. Non farmi svanire, ti prego...”
“E poi...” ora le parole uscivano come se cercasse di autoconvincersi “come potevi sapere che avrei preso il treno, quando solo stamattina ho scoperto il guasto dell’auto...”
Rimase immobile, affondando il suo sguardo nella speranza, fiduciosa e fiera, della ragazza.
Si abbracciarono, stretti. Riccardo le accarezzò i capelli, portò una mano sul suo seno, sulle sue gambe. “Non è possibile... sei proprio tu... “ mormorò con voce rotta dall’emozione e dalla gioia.
“Sì, amore. Sono io. Anche se non avrei potuto intromettermi nella tua vita, perché sono solo un personaggio. Ma non voglio perderti, non voglio finire nell’immaginazione di chissà quali lettori. Voglio rimanere così, tua per sempre...”
“Non parlare, non rovinare tutto...” Riccardo aveva capito. Era sempre stato solo, uno scrittore famoso, ricco, con una grande quantità di amici e donne che lo circondavano. Ma dentro, era sempre stato solo.
Il treno non era molto affollato. Di Riccardo nessuno ebbe più alcuna notizia.
Nessuno tranne Rebecca, si capisce.